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Il nostro sistema pensionistico va riformato
La riforma pensionistica è un problema annoso in Italia, caratterizzato da continui aggiustamenti che posticipano l'età pensionabile, aumentano i requisiti contributivi e riducono la flessibilità, creando incertezza e penalizzando soprattutto i lavoratori più giovani e quelli con carriere discontinue e la necessità di adeguare il sistema all'aspettativa di vita e alla sostenibilità economica.

Equità, adeguatezza degli assegni e un sistema contributivo puro. Aiutare quindi i lavoratori ad un sistema pensionistico atto a favorire l'accesso alla previdenza complementare. Ecco l’idea di una riforma concreta del sistema pensionistico. Se ne parla da anni ormai senza che si arrivi mai ad un vero restyling del sistema previdenziale. Infatti è dall’entrata in vigore della riforma Fornero che c’è voglia di riformare di nuovo il sistema.
Tante le misure negli anni successivi, ma per lo più misure tampone, spesso a scadenza, che hanno solo tamponato la falla senza poter affermare che la riforma delle pensioni era giunta a compimento. Basti ricordare l’Ape sociale, l’Ape volontario, opzione donna. Alcune misure ancora oggi in vigore, altre ormai cessate. Poi ci sono stati interventi mirati a potenziare la previdenza integrativa e la pensione complementare. Una soluzione che se affiancata alla previdenza obbligatoria potrebbe aiutare a risolvere l’annoso problema di pensioni sempre più lontane e sempre più povere.
Su questo mi pare che anche i sindacati siano in linea. Vantaggi fiscali, contrattuali e sulle pensioni, questo è ciò che i lavoratori dovrebbero imparare a riconoscere della previdenza complementare. L’argomento riguarda i fondi pensione della cosiddetta contrattazione collettiva. Educare i lavoratori a irrorare la loro pensione, integrando l’assegno pensionistico che riceveranno con la previdenza obbligatoria dovrebbe essere alla base del lavoro del governo attuale e delle istituzioni. Ancora scarsa è l’adesione ai fondi pensione. Una soluzione per ridurre il disagio che le attuali regole pensionistiche producono tra requisiti sempre in crescita e assegni sempre in decrescita, dovrebbe quindi passare dalla previdenza complementare. Il problema maggiore della previdenza complementare che porta a scarse adesioni è sempre lo stesso. Chi ha stipendi elevati può essere propenso e chi invece ha stipendi bassi non potrà farlo, perché i soldi bastano a stento per le esigenze primarie di vita. E se è vero che quelli più penalizzati dalle regole del sistema ancora troppo legate alla legge Fornero sono quelli che hanno lavoro instabile, precario, a orario ridotto e sottopagato, è evidente che serve un ritocco delle regole anche per la previdenza integrativa. Chi è che andrà in pensione troppo tardi come età e con una pensione bassa? Sicuramente è chi oggi fa un lavoro discontinuo, magari intervallato da periodi di ammortizzatori sociali o di completa assenza di copertura. E sicuramente chi oggi prende uno stipendio basso fa diventare bassa anche la contribuzione versata all’INPS con il 33% di aliquota che si applica proprio sulla retribuzione lorda percepita. Non ci vuole un genio per capire queste cose. In conclusione i fondi pensione vengono aperti solo da chi può permetterselo. Ecco quindi che la pensione complementare diventa importante sia dal punto di vista dell’importo di quanto si andrà a percepire, che per il diritto ad uscire in anticipo.
