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Clientelismo e favoritismo una dipendenza tutta italiana



Il clientelismo, favoritismo? Sono fenomeni radicati bypassando il merito e la trasparenza, in vari settori come la sanità, le istituzioni pubbliche e l'università, compromettendo la fiducia pubblica e creando sistemi di potere.




Molti i comici che hanno interpretato con ironia questo potere arbitrario del potere. Non bisogna però dimenticare che ciò che fa ridere ha sempre un prezzo: si ride sempre ai danni di qualcosa o di qualcuno. Quante volte l’abbiamo sentito nominare, quasi fosse un’abitudine radicata nel nostro tessuto sociale.


Questo fenomeno non è solo un vizio politico, ma un vero e proprio meccanismo antropologico, un modo di relazionarsi ereditato da generazioni, che lega individui e comunità in catene di reciproca dipendenza. Chiedere una raccomandazione a una persona influente è prassi normale, in alcuni luoghi addirittura necessaria, per avere un lavoro, superare un esame, ridurre i tempi di attesa per una prestazione medica. Chi riveste un ruolo di responsabilità considera spesso legittimo esercitarla. Agendo così, ne consegue un seguito fedele che ne rafforza la posizione di potere. Soprattutto nell’ambito pubblico questo modo diffuso di concepire e gestire la funzione amministrativa, sia da parte dei titolari, sia da parte dei beneficiari, produce effetti negativi in termini di mobilità sociale, efficienza, sviluppo, motivazione alla cittadinanza attiva. In molti casi, poi, la richiesta e la concessione di un favore varcano la soglia del lecito e si trasformano in varie forme di reato penalmente sanzionabili.


Il clientelismo, quindi, ha un forte impatto sociale perché induce a intendere e strutturare le relazioni istituzionali in modo ingiusto, basato non sul diritto, ma sull’arbitrio. Un tema abbastanza attuale nonostante l'attenzione delle forze dell'ordine e della magistratura. Anche se a qualcuno potrebbe sembrare paradossalmente un tema sterile o irrilevante vista la perseveranza. Carriere costruite non sulla competenza, ma su relazioni personali, affettive o ambigue con dirigenti, direttori o colleghi influenti. I quotidiani raccontano molto spesso di questo sottobosco di favoritismi che mina alle radici il principio di meritocrazia e svilisce il valore del lavoro onesto di molti altri. Non è solo una questione morale, che già basterebbe, ma anche un problema concreto di efficienza, credibilità e trasparenza. Quando i ruoli chiave sono decisi non per capacità, ma per dinamiche relazionali, l’intero sistema pubblico ne risente. Scoraggia chi lavora con dedizione e impegno. Favorisce la mediocrità, il conformismo e il clientelismo. Si crea un clima malsano, dove il sospetto sostituisce la fiducia. Questa mia supposizione non è una crociata moralista. Me ne guardo bene dal voler giudicare la vita privata di nessuno. Ma chi lavora in strutture pubbliche, o che hanno un impatto sul bene collettivo, deve accettare che i conflitti di interesse, anche solo percepiti, danneggiano tutti. Danneggiano la fiducia, la reputazione e il senso stesso di giustizia. La meritocrazia non è un sogno impossibile: è una scelta, e ogni giorno non è invano per iniziare a difenderla per davvero.



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