News

Guerra tra iran e usa – una storia già vista in afghanistan



Un sistema politico come quello iraniano non cade facilmente sotto le bombe. Anzi può rafforzare la coesione interna, stringere il fronte nazionalista, marginalizzare le opposizioni e offrire al potere una legittimazione di guerra.




Nel recente passato così è stato. I bombardamenti possono degradare, non necessariamente rovesciare un regime. Per abbattere un regime servono controllo del territorio, occupazione, protezione delle linee logistiche, gestione del dopo. Servono uomini, mezzi, tempo e soprattutto consenso interno. In una parola: servirebbe una guerra su vasta scala. Ed è qui che emerge il limite strutturale di un conflitto. Gli Stati Uniti hanno SI una superiorità nella fase iniziale dei conflitti, ma molto meno nella gestione politica del dopo. Sanno entrare, non sanno uscire. Lo si è visto in Afghanistan, in Iraq, in Libia in forma indiretta. L’intervento appare spesso chirurgico solo nelle prime ore; poi si trasforma in una lunga crisi politica, economica e morale. Israele, dal canto suo, non ha la massa strategica per sostenere da solo una guerra lunga contro l’Iran. Può colpire, sabotare, infiltrare, uccidere, esercitare una pressione costante. Ma un confronto prolungato contro una potenza di quelle dimensioni richiede copertura americana, logistica americana, capacità di rifornimento americana, protezione americana. Difficilmente basta a spezzare uno Stato come l’Iran. Il malcontento esiste, le fratture pure, ma trasformarle in alternativa di potere richiede condizioni che non si improvvisano. E soprattutto non si costruiscono soltanto con bombardamenti. Per questo l’esito più probabile di una guerra porta inesorabilmente ad una tregua armata, una pausa forzata, una de-escalation venduta come successo tattico ma percepita come fallimento strategico. Se non riesci a rovesciare il regime, se non disarmi completamente il paese, se non elimini la sua capacità di rappresaglia e se nel frattempo hai incendiato la regione, il bilancio finale non può essere definito una vittoria. Anzi, potrebbe accadere il contrario. Questo sarebbe il paradosso supremo: una guerra lanciata per impedire una minaccia finirebbe per accelerarla. C’è poi un altro problema: quello geo-economico. Ogni escalation con l’Iran colpisce il cuore energetico. Anche senza bloccare formalmente lo Stretto di Hormuz, basta alzare il livello di rischio per spingere verso l’alto prezzi del petrolio, costi assicurativi, noli marittimi, volatilità finanziaria. L’Iran non ha bisogno di chiudere tutto per destabilizzare i mercati: gli basta rendere credibile la possibilità di farlo. Questo significa che una guerra lunga avrebbe effetti devastanti. Colpirebbe le economie europee già fragili, aumenterebbe i costi energetici asiatici, rafforzerebbe la centralità dei produttori alternativi, altererebbe le catene logistiche, aggraverebbe il peso dell’inflazione. In altri termini, la guerra non sarebbe solo militare: sarebbe anche una gigantesca rilevanza geopolitica al sistema internazionale. Alla fine, ci si pone la domanda: l’Iran costituisce davvero una minaccia tale da giustificare una guerra preventiva su larga scala, con tutti i costi militari, politici ed economici che essa comporta? Oppure siamo davanti all’ennesimo caso in cui una minaccia reale ma circoscritta viene trasformata in pericolo assoluto per rendere possibile una scelta già maturata altrove? La risposta più plausibile è che la guerra contro l’Iran non nasce dalla necessità, ma da una costruzione strategica che fonde interessi israeliani, riflessi ideologici americani, debolezza europea e propaganda. E proprio per questo il rischio è altissimo. Perché quando una guerra nasce da una diagnosi distorta, quasi mai produce un esito scontato. Produce invece ciò che già conosciamo bene: distruzione, radicalizzazione, instabilità e una lunga, costosissima incapacità di uscire dal conflitto.


Cookie preferences