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La violenza giovanile è in preoccupante aumento con reati tra minori (14-17 anni) in crescita, inclusi lesioni personali, rapine e un uso maggiore di armi bianche.
I dati evidenziano un picco di violenza sessuale sulle giovanissime (16-24 anni) e un boom del cyberbullismo. Il problema è di semplificare la complessità e ridurre il malessere dell’adolescenza a prescindere dalle difficoltà d’integrazione. Sentimenti di odio e senza contenimento che i ragazzi oggi non sanno definire e diventano gesti mortiferi.
Tutto ciò porta a non riconoscere i modelli di riferimento che stiamo fornendo alla crescita e quella ormai prevalente “comunicazione aggressiva” che evidenzia il bullismo di molti personaggi pubblici e di ampia visibilità a cui dovrebbe appartenere la capacità di governare la cosa pubblica ma anche il sentimento. Si normalizza quel linguaggio verbale e comportamentale continuamente offensivo e violento. Non comprendo e ne giustifico quei giovani che di primo mattino escono di casa armati di coltello, né tantomeno trovare scusanti alle risse delle baby gang in un tessuto sociale già complesso di sé.
Penso anche che non servano misure repressive per arginare la rabbia e la disperazione giovanile dilagante, quanto ricercare le cause a ciò che accade attorno a noi e del disagio di questa nuova generazione. L’uso insistente di parole di odio e di azioni devastanti ci devono servire a non liquidarle semplicemente il disagio con punizioni, voti e sospensioni scolastiche. Educatori e insegnanti dovrebbero invece essere attrezzati per riconoscere precocemente questo disagio giovanile che serpeggia nei banchi di scuola.
E’ altresì in aumento l’atuolesionismo, di tanti ragazzi e ragazze arrivando persino al suicidio. E’ un malessere profondo quello che vivono nascosto ai più grandi, per lo più distratti e incuranti. Serve con urgenza prevenzione e formazione alla comunicazione e al controllo. È importante intercettare precocemente il disagio prima che sfoci in vere e proprie disfunzioni comportamentali, tenendo costantemente monitorati i primi segnali, mantenendo un dialogo aperto con i ragazzi, invitandoli a riconoscere le proprie emozioni e ad esprimerle senza timore di giudizio.
Cerchiamo di porci sempre in ascolto dei giovani ma soprattutto, non sottovalutiamo mai i loro bisogni. Uno dei principali problemi che spesso si riscontra in questa fase è legato alla mancanza di comunicazione in famiglia. In queste forme di assenza, la presenza per i ragazzi è garantita sempre più dalla tecnologia.