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La libertà di espressione è diventata un concetto complesso e spesso percepito come un "miraggio" o un diritto in pericolo nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una polarizzazione estrema e dall'influenza delle piattaforme digitali.
Al posto della censura classica e pubblica prende il posto un nuovo tipo di censura, tecnologica, non di rado fondata su algoritmi e programmi di intelligenza artificiale, incaricati di scovare ogni contenuto o parola potenzialmente lesiva di qualche principio etico assoluto, o di qualche sensibilità, individuale o di gruppo, giudicata degna di protezione.
Il nuovo clima, vagamente inquisitorio e intimidatorio, non tocca solo scrittori, registi, professori, giornalisti, utenti di internet, ma finisce per inquinare le stesse relazioni tra le persone. Si ha paura di discutere argomenti importanti e delicati come quelli del razzismo, della violenza sessuale e dell’immigrazione, per timore di essere fraintesi, di dire involontariamente qualcosa che possa essere considerato “insensibile” (o peggio), e di diventare oggetto di azioni punitive, che possono andare dal linciaggio sui social alla perdita di opportunità di lavoro. In breve, temo per la “cancellazione” delle opportunità future, così come dell’attuale libertà di espressione.
Mi riferisco ad ambiti più circoscritti e privati, ad esempio a una cena tra amici, succede che si abbia paura di parlare dei temi scottanti del momento (migranti, omofobia, sessismo e altro ancora). Se lo si fa, se si decide di esprimere comunque le proprie idee o anche solo usare le proprie parole in dissonanza con le idee e le parole imposte dal clima circostante, si paga un prezzo, anche molto caro come al litigio, alla rottura definitiva di legami sociali e anche affettivi, all’esclusione futura da ogni cena o incontro, nonché ad eventuali rapporti di lavoro, incarichi, carriere e finanziamenti. Ed ecco il punto. In un’epoca nella quale l’ideologia fondamentale del mondo progressista è divenuta il politicamente corretto, e il politicamente corretto stesso è diventato il verbo dell’establishment, non stupisce che la censura di ogni espressione disallineata sia diventata una tentazione per la sinistra, e la lotta contro la censura una insperata occasione libertaria per la destra.
Ma è un errore in entrambi i casi. Silenziare, oggi, chi viola il politicamente corretto non è più nobile di quanto lo fosse, ieri, silenziare chi offendeva “il comune senso del pudore”. Le idee e gli atteggiamenti che non ci piacciono si combattono con altre idee e modi di essere, non impedendo agli altri di esprimersi. Una società moderna, aperta e non bigotta, non può lasciare a una sola parte politica l’esclusiva della difesa della libertà di espressione. Perché la libertà non è né di destra né di sinistra, ma è il principio supremo del nostro vivere civile.