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Per molto tempo ero avvilito su ciò che scrivevo, concludendo che evidentemente non so trarre sintesi, o quantomeno non riesco a farmi capire, poi ho dovuto ricredermi e prendere atto che la gente NON legge o meglio, legge solo il titolo. Il titolo è ovviamente molto riduttivo rispetto al testo, e poi di solito viene cambiato da chi è titolato a pubblicarlo.
Ovviamente si deve catturare l’attenzione e quindi si cerca di renderlo attraente, d’effetto, magari estremizzando, o ironizzando. È facile, perciò, che il titolo diventi anche fuorviante rispetto all’articolo, e che solo approfondendo i contenuti diventi possibile leggerlo nella giusta chiave. Faccio notare che un sito satirico ha realizzato e messo in rete un articolo fittizio, costituito da un testo senza senso. Ebbene, l’articolo ha avuto migliaia di condivisioni, segno eloquente che almeno altrettante persone si sono affrettate a rilanciare il post senza nemmeno aprirlo, altrimenti si sarebbero accorti dello scherzo.
Ci
si fa un’idea sulla base del titolo o al massimo del breve sommario che l’accompagna, perché non si ha tempo e voglia di leggere tutta la notizia, ma poi molto tempo viene speso per commentare, criticare, a volte insultare, o cercare di stupire con battute ad effetto. Sempre più spesso ci si imbatte in articoli seguiti da una sfilza di commenti scritti a sproposito. Tuttavia, le poche voci che tentano di ricondurre all’informazione corretta vengono completamente sommerse e naufragano in un mare di esternazioni che nulla hanno più a che fare con la notizia originale, impedendo così discussioni approfondite su argomenti di per sé complessi e oggetto di controversie.
Sembra quindi che le persone siano più propense a condividere le notizie che a leggerle e crearsi un’opinione con delle basi oggettive. Perché questo accade? In parte, è uno specchio della cultura attuale che rifugge dall’analisi approfondita per ricercare ciò che è semplice, immediato, facilmente fruibile, e possibilmente ad effetto. Doversi soffermare a riflettere diventa solo un’inutile scocciatura. Più è breve e d’impatto, meglio è. È il trionfo della semplificazione, ma a forza di ridurre e semplificare, si perdono i nessi logici, la concatenazione dei ragionamenti, la complessità dell’argomentazione, e l’informazione risulta incompleta e non più comprensibile. L’attenzione è molto limitata, si va di fretta, si cerca di arraffare notizie alla rinfusa senza dover fare la fatica di leggere. Chiunque per lavoro si occupi di contenuti da pubblicare sul web, sa che sul web le persone non leggono, perciò si arrabatta per frammentare in piccoli pezzi più fruibili, per attirare con uso di colori e scelta dei caratteri, sperando di catturare e tenere ancorata la labile attenzione. Infine, si tende a condividere il titolo che rispecchia e conferma le proprie opinioni e convinzioni e i propri pregiudizi. Soprattutto sui temi caldi, il titolo accattivante che pare dare man forte alla propria posizione viene immediatamente rilanciato, senza approfondire la notizia, dando luogo a scontri furiosi tra opposte fazioni degenerando dai contenuti originari. Condividere alcuni contenuti permette inoltre di rimarcare una certa immagine di sé che si vuole mostrare agli altri, di darsi un tono, di dimostrarsi, ad esempio, sensibili a una causa. C’è il bisogno di essere riconosciuti e apprezzati dagli altri come persone che conoscono e sanno, piuttosto che il reale desiderio di conoscere e sapere. Ad maiora...