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Il processo mediatico è una degenerazione del sistema che travalica il diritto di cronaca




I due recenti episodi di tentato suicidio, entrambi dovuti all'insostenibile pressione mediatica e alle aggressioni social, hanno unito i casi di cronaca di Garlasco e di Pierina Paganelli. Le persone coinvolte nelle indagini hanno sofferto gravi crolli psicologici e non solo. Fare informazione o cronaca giudiziaria non può certamente giustificare una rappresentazione spettacolarizzata dove la corretta descrizione dei fatti viene sacrificata all’audience.




Negli ultimi tempi i mass media hanno trasformato la giustizia in spettacolo attraverso giornali e telegiornali, salotti televisivi e talk show. In tal modo si avvia una sorta di processo parallelo incurante delle regole e delle garanzie individuali, facendo leva sullo sdegno morale del pubblico e generando una volontà punitiva che prescinde dal principio di non colpevolezza. Nel “processo mediatico” il diritto rischia di rimanere imbrigliato nel giudizio dell’opinione pubblica, che trasforma automaticamente l’indagato in colpevole, negandogli sia il diritto alla presunzione d’innocenza, ma anche molti altri diritti. E non si tratta, purtroppo, solo di fare informazione o cronaca giudiziaria, bensì di fornire una rappresentazione spettacolarizzata dove la corretta descrizione dei fatti viene inopportunamente assoggettata all’audience. Sono pertanto contrario a questa sorta di “processo parallelo” facendo leva sull’indignazione morale del pubblico e generando una volontà punitiva che prescinde dal principio di non colpevolezza. Nel “processo mediatico” ogni diritto rischia di rimanere arginato nel giudizio dell’opinione pubblica, che trasforma automaticamente l’indagato in colpevole, negandogli sia il diritto alla presunzione d’innocenza, ma anche molti altri diritti fondamentali e così avviando processi-spettacolo offerti a un pubblico di lettori o spettatori avidi di coinvolgersi nelle vicende processuali non solo come osservatori distaccati ma, sempre più spesso, tifando per l’uno o l’altro degli attori. Tale fenomeno mediatico ritengo che non appartenga al mondo del diritto in senso ampio, ma piuttosto a quello della comunicazione, del malcostume, della cultura di massa che rischia di essere in contrapposizione con la realtà della giustizia penale. Una sorta di “circo mediatico-giudiziario” per descrivere gli intrecci e i condizionamenti reciproci fra giustizia penale e comunicazione di massa che, tuttavia, possono dare luogo a qualcosa di molto discutibile, sul piano della difesa dei diritti individuali. E’ insindacabile che i professionisti dell’informazione abbiano il diritto e anche il dovere di trasmettere al pubblico notizie e commenti sui processi in corso. Ritendo altresì insostenibile la diffusione di immagini, interviste e prove raccolte sul campo anche attraverso le testimonianze di malati di protagonismo e, spesso, di mitomani. Da quanto sopra esposto evidenzio, a mio modo di vedere, la necessità di porre limiti alla “Giustizia Mediatica” per evitare che una totale e indiscriminata conoscenza pubblica dei fatti del processo pregiudichi obiettivi e valori che invece meritano di essere salvaguardati. La divulgazione di fatti e commenti relativi al processo va contemperata col giusto rispetto che si deve alla riservatezza delle persone coinvolte a vario titolo nelle indagini, con particolare riguardo ai Familiari delle Vittime che, in quanto tali, meritano il massimo rispetto e riservatezza. Concludendo: il “processo mediatico” ne esce così segnato da gravi distorsioni che compromettono l’importanza del garantismo verso tutti i soggetti coinvolti imputati o Vittime di reato.


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