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La solitudine prolungata e l'isolamento sociale




Molto spesso leggo dai quotidiani locali del decesso di persone ritrovate dopo diverso tempo perché hanno vissuto in piena solitudine. Quello della solitudine è in effetti un dramma attualissimo. 




Un problema poco sentito o sottovalutato dalla società moderna. Colpa della debolezza individuale o di fallimenti personali piuttosto che una grave emergenza collettiva. Spesso colpisce in profondità la salute mentale e fisica delle persone. Del resto in quest’epoca moderna e civilizzata riuscire a sopravvivere in una società che tenta di distruggere le relazioni, crea certamente sconforto e separatività tra quanti sono fragili e/o in avanzata età? Il senso di comunità, della famiglia, dell’amicizia e del reciproco aiuto, sono valori fondanti per una psiche sana che si proietta poi nella società, e nell’ambiente stesso. La realtà, purtroppo è ben diversa, e non ci vuole molto per capire come il disagio collettivo si riversi in quell’ambiente di cui l’uomo è l’unico creatore e responsabile. La solitudine non è solo un problema personale, ma una vera emergenza sociale riconosciuta anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'assenza o il ritardo delle istituzioni si nota nella carenza di reti di supporto e di luoghi di incontro, lasciando spesso i cittadini vulnerabili senza un aiuto concreto. I servizi sociali o meglio ancora la figura del vigile di quartiere è assai fondamentale per il controllo sistematico del territorio. L'uso eccessivo della tecnologia e il lavoro isolato allontanano le persone dal contatto reale. La mancanza di legami causa stress, ansia, depressione e gravi danni fisici. Rinchiusi nei nostri “appartamenti” la cui etimologia della parola deriva appunto da “appartare” e quindi “separare”. Oberati dal lavoro (per chi è fortunato ad averlo) che permetta la nostra stessa sopravvivenza, i giorni che si susseguono ad un ritmo frenetico, la comunicazione con il mondo esterno diventa così filtrata dal mondo mediatico e i rapporti con gli altri si riducono al minimo essenziale. Persino i piccoli negozi, meta di un tempo di scambi e chiacchiere con il negoziante, sono stati sostituiti dalle grandi catene e centri commerciali, dove a nessuno importa chi sei e cosa fai, ciò che conta e che le persone spendano e consumino. Dov’è dunque la comunità? Il palliativo di un’assenza di comunicazione, diventa così il salotto del sistema mediatico e di talk show televisivi e che finiamo per confondere con quella che crediamo sia la realtà. I social per molti, diventano così l’unico rifugio e l’ultimo baluardo dove poter sopravvivere all’assenza di “comunità” e di interazioni sociali. Conseguenze di questo insano modo di vivere, è la profonda solitudine che finiamo con l’accettare come “normalità”, salvo poi ritrovarsi con problematiche di vario tipo e nevrosi che tanto ci allontanano dalla nostra “umanità”. Tornare a ristabilire dei rapporti di vera socialità è la sola strada che può portarci a crescere e ad evolvere. Sapere di poter contare su una comunità, sulla famiglia, su un gruppo di amici, è essenziale per poter costruire quel mondo che tanto auspichiamo e che desideriamo. Nessuna politica, nessun tipo di economia potrà mai risolvere e risanare le “casse” se non si riparte dall’essere umano e dalle relazioni. Senza comunità, non c’è evoluzione, e senza evoluzione c’è solo la morte.

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