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La guerra ibrida sfrutta la dimensione cognitiva e la guerra delle narrazioni




Le conseguenze imminenti di un conflitto armato tornano ad affacciarsi sull’Europa. Non solo attacchi cibernetici, ma droni nei cieli europei e il rischio concreto di ingerenze destabilizzanti sul piano politico/economico.




La Guerra ibrida è fra noi e l’Occidente guarda con preoccupazione al conflitto ucraino in corso e dove l’Europa agisce dietro le quinte inviando sistemi d’arma, dotazioni umanitarie, miliardi di euro. La disinformazione con la propaganda di notizie false o la misinformazione, cioè il mix tra vero e falso, sono lanciate per creare confusione e disorientamento. Diffondere paura, insicurezza, logoramento psicologico, lasciare intendere che il nemico è alle porte e osserva consapevole della vulnerabilità dell’obiettivo, costituisce una forma di pressione psicologica nella pubblica opinione. Una parte del mainstream si presta alla legittimazione a iniziative ambigue. Costellazioni di commentatori, influencer e pagine social filorusse e/o filoucraine trasformano ciascuno di questi episodi in contenuti virali con l’unico proposito di influenzare l’opinione pubblica. Ciascuno di questi attori interviene con strumenti mediatici, con una propria partitura apparente e propri interessi. Obiettivo è la visibilità, il consenso locale, il posizionamento politico, la semplice convinzione ideologica. Ma l’effetto complessivo è far passare un messaggio molto chiaro: normalizzare la guerra nel dibattito pubblico italiano, spostare la cornice concettuale della pace a favore della narrativa ed erodere la capacità del sistema politico di riconoscere dove finisca l’opinione legittima e dove cominci l’operazione in favore di potenti lobby industriali e affaristiche. La grammatica dei conflitti armati è tornata a essere parte integrante della realtà geopolitica europea. La guerra non si combatte solo sul fronte, ma anche attraverso pressioni energetiche, disinformazione e shock economici che mettono a dura prova la coesione interna delle democrazie. Serve una visione unitaria che vada oltre i sovranismi nazionali, capace di trasformare una somma di Paesi in un vero blocco geostrategico. Il vero pericolo, tuttavia, non risiede soltanto nelle minacce esterne, ma nella tentazione dell’assuefazione. Il rischio che la cittadinanza europea si abitui gradualmente all’idea della guerra come inevitabile è alto. Trasformare la paura in azione consapevole è l’unica via per evitare che l’Europa torni a essere un mero campo di battaglia. La pace, come oggi si comprende a duro prezzo. Richiede fermezza, unità e capacità di difendere i propri valori con mezzi adeguati quale è la diplomazia.

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