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In Italia la rassegnazione è all’ordine del giorno. Diamo per scontate le code negli ospedali, le buche per strada, i cantieri infiniti, le scuole che cadono a pezzi. Così anche come l’astensione alle urne.
Non è semplice disaffezione. E’ un giudizio politico della gran parte d italiani. Le venti Regioni sono imperfette e sempre meno funzionali. La Costituzione le ha previste fin da subito come risposta al fascismo, per rafforzare le autonomie locali e bilanciare il peso dello Stato centrale. Ma questi enti non hanno superato la prova del tempo e mostrano limiti che non si possono più ignorare. Partendo da questi presupposti una riforma efficace quale è quella del Titolo V della Costituzione.
La priorità assoluta è il superamento del bicameralismo paritario con l'istituzione di una Camera delle Autonomie che offra ai sindaci potere decisionale diretto (non solo consultivo) sulle leggi nazionali che impattano i territori e le città. L'eliminazione totale delle Regioni richiederebbe una riforma costituzionale radicale (art. 138) che cancelli il regionalismo a favore di uno Stato neo-centralista o basato interamente su una rete di macro-comuni e province potenziate. Ridefinendo la Repubblica come costituita da Comuni, Province/Città Metropolitane e Stato. Elevare i sindaci delle grandi città a interlocutori istituzionali primari per le politiche di sviluppo, coesione e infrastrutture. Consentire alle rappresentanze dei sindaci (es. tramite l'ANCI) di proporre disegni di legge per questioni di interesse locale ed europeo. Garantire risorse dirette agli enti locali, superando la rigidità del patto di stabilità. Attuare pienamente il principio per cui le funzioni amministrative devono essere gestite dal livello più vicino al cittadino, attribuendo ai sindaci poteri speciali in deroga per le emergenze territoriali. Introdurre la fusione obbligatoria dei piccoli municipi per creare enti locali con una massa critica minima (es. almeno 10.000-15.000 abitanti) in grado di gestire i servizi. Trasformare le Province in organi intermedi di pianificazione territoriale (strade, edilizia scolastica, ambiente), guidati da assemblee di sindaci eletti. La gestione delle ASL trasferita a consorzi di Comuni o alle Città Metropolitane, riavvicinando la programmazione sanitaria ai bisogni reali dei cittadini. La gestione del trasporto pubblico locale e della pianificazione urbanistica affidata direttamente ai sindaci. L’eliminazione dei consigli e giunte regionali comporterebbe una riduzione dei conflitti di competenza davanti alla Corte Costituzionale e legislazione unica nazionale. Il sindaco diventa pertanto l'unico e definitivo punto di riferimento politico sul territorio. Il modello amministrativo francese potrebbe rappresentare un punto di riferimento per il centralismo ordinato, offrendo un'ottima base per capire come l'Italia potrebbe funzionare senza le Regioni. In Francia, il Prefetto (nominato dal governo) rappresenta lo Stato in ogni Dipartimento. Controlla la legittimità degli atti dei Comuni e coordina le forze di polizia, la protezione civile e i servizi statali sul territorio. Tutto ciò comporta la massima uniformità dei diritti dei cittadini (es. sanità e scuola uguali ovunque) e l’azzeramento dei conflitti di competenza tra Stato e territori.