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Non è colpa loro, è un dato e le cause sono molteplici. E quando li si mette in relazione forzata con gli altri, senza prima averli dotati di strumenti adeguati, emergono frustrazioni profonde che sfociano in tristezza, rabbia, aggressività fisica verso i pari e verso gli adulti. Allora è bene riflettere un attimo e cambiare prospettiva. Prima di includere, dobbiamo dotare. Dotarsi delle competenze necessarie per stare con gli altri. Perché no, non partono tutti dallo stesso punto.
Non hanno tutti le stesse strategie, le stesse risorse emotive, le stesse capacità di regolazione. E metterli tutti insieme, senza tener conto di questa differenza, spesso fa loro male. E fa male anche al gruppo. Chi lavora ogni giorno a contatto con i ragazzi nel comparto scolastico, anche quelli più accoglienti e comprensivi, sono ben accorti ai processi educativi. E quando il limite, viene oltrepassato, genera esclusione reale, etichettamento, rifiuto. Ecco perché è urgente iniziare a parlare seriamente di dotazione, di strumenti, di percorsi individualizzati di relazione e soprattutto di gradualità. Serve una formazione specifica, possibilmente in psicologia, a mio avviso e capace di leggere i bisogni dei singoli e del gruppo, e di agire in modo mirato.
Penso anche ai tanti, tantissimi ragazzi che manifestano difficoltà emotive evidenti, che vivono momenti di crisi o semplicemente faticano ad abitare lo spazio della relazione con serenita. Serve tempo, serve ascolto, serve presenza. Ma soprattutto serve il coraggio di smettere di raccontarci che l'inclusione, in quanto tale, sia di per sé un valore assoluto. Includere senza dotare è come chiedere a qualcuno di nuotare in mare aperto senza avergli insegnato a galleggiare.
È pericoloso, e soprattutto è controproducente. C è bisogno di risorse, di spazi di confronto, di alleanze tra docenti, famiglie, educatori e specialisti. Ma soprattutto ha bisogno di verità. E la verità è che il benessere dei ragazzi viene prima della narrazione.