News

Ultimamente nei casi di cronaca nera capita spesso di fare considerazioni sui moventi di efferati omicidi a prescindere. Il mio pensiero corre immediatamente a un gesto lucido, premeditato, compiuto con piena consapevolezza. Ma cosa accade quando si commette un delitto senza rendersi conto di ciò che sta facendo?
È possibile togliere la vita a un altro essere umano in assenza di volontà, coscienza o intenzione manifesta? Mi sono spesso confrontato con questi interrogativi. Uno scenario inquietante. Quello dell’omicidio inconsapevole, ovvero della condotta omicida compiuta in stati alterati della mente. Specialmente in quelli efferati o che sembrano compiuti per futili motivi. Viene spontaneo di chiedersi che cosa abbia spinto un individuo a compiere un omicidio. In termini giuridici è noto che si cerca il movente e la capacità di intendere.
Spesso entra in ballo la questione della sanità mentale, sia per dare una spiegazione, sia perché da questa può discendere un diverso destino penale. Addirittura, una persona responsabile di omicidio, che però lo abbia compiuto in certe condizioni di alterazione mentale, può essere considerata tecnicamente non imputabile. Si fa però una gran confusione tra il piano morale, quello biologico, e quello della giustizia. Di fronte ad un gesto del genere, si pensa alla premeditazione, e quindi alla lucidità di un progetto che addirittura era stato messo per scritto punto per punto, come prova di nessuna alterazione mentale.
Ciò che spesso salva i malati mentali dal compiere azioni violente è che nel contesto della loro dissociazione mentale non c’è una corrispondenza automatica tra pensiero e azione. Per contro questo significa anche che purtroppo non è molto prevedibile il momento in cui una persona decide di passare dal pensiero all’atto, e perché proprio in quel momento e non prima in anni di delirio. L’altro nodo confusionario riguarda il piano morale. Intanto, ci si dovrebbe decidere cosa si vuole dalla giustizia, se preferiamo una punizione, o una misura che renda innocua la pericolosità. Naturalmente fa piacere sapere che ci sia un recupero, ma molti temono sul fatto che con una scusa o con l’altra i colpevoli di reati finiscano per cavarsela con poco. E dichiararsi malati di mente appare come una di queste “scuse”.
Forse anche perché è troppo automatico che si consideri un soggetto non pericoloso solo in quanto ha passato un periodo in ospedali psichiatrici, o perché si è comportato bene, magari esprimendo pentimento e critica. Possono quindi esserci criminali psicopatici che però non provano alcun disagio, non sono proponibili per alcun recupero. La domanda vera è che cosa spinge molti assassini a correre il rischio di rovinarsi la vita senza preoccuparsi di poter essere scoperti. Il pentimento, l’autocritica, la contrizione, sono tutte cose che non dicono niente a proposito della capacità di rimettersi nei guai. Alla fine è giusto che dalla giustizia si pretenda la determinazione di una pena anche se potrebbe essere inutile in ogni senso. Ed è in questi termini che andrebbe riletta la componente psichiatrica, troppo spesso negata se si vuole stabilire che qualcuno è semplicemente cattivo, o negata perché “lucido”. E’ in questi termini che dalle cure psichiatriche non si dovrebbe pretendere la creazione di individui buoni, ma la prevenzione di ricadute.