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L'accusa ruota intorno alla mancata pubblicazione da parte della Commissione degli SMS che von der Leyen si scambiò con il capo di Pfizer e su cui anche il Tribunale dell'Unione si è espresso in modo critico. Le possibilità che la mozione venga approvata sono praticamente nulle, perché per sfiduciare la Commissione servirebbe una maggioranza dei due terzi dei votanti. Ciononostante, il voto è un passaggio politico e non certo irrilevante per la maggioranza che sostiene von der Leyen. I tre partiti di governo italiano stanno seguendo tre orientamenti diversi.
La Lega ha fatto sapere che voterà a favore della mozione, quindi contro la Commissione; Forza Italia invece si opporrà, ribadendo la propria fiducia nei confronti di von der Leyen; Fratelli d'Italia, invece, è in dubbio. C'è divisione tra chi vorrebbe votare contro e chi astenersi. Il partito di Giorgia Meloni è quello che vive con maggiore difficoltà questa situazione, anche in virtù della relazione tra la presidente del Consiglio e la stessa von der Leyen. È un tema piuttosto delicato, per Fratelli d'Italia. Negli anni passati il partito aveva più volte sostenuto che questi contratti fossero opachi, e aveva biasimato i presunti favoritismi di von der Leyen a un'azienda del suo stesso paese. La stessa Meloni, nel 2021, quando era all'opposizione del governo di Mario Draghi, aveva definito «scandaloso» il modo in cui erano stati resi noti i contratti. Per Meloni, dunque, la faccenda pone una questione di coerenza nei confronti delle sue più o meno recenti posizioni di fronte al suo elettorato. Il caso Pfizergate era diventato oggetto di una propaganda piuttosto violenta da parte di gruppi o associazioni "no vax" ed euroscettici.
Per la Meloni c'è un altro problema: nel senso che se si opponesse in modo netto a questa iniziativa, rischierebbe di scoprirsi a destra, come si dice, cioè di prestarsi alle accuse di incoerenza che da parte della Lega le vengono rivolte sui temi più identitari della propaganda sovranista. In sintesi, rischierebbe di perdere consenso in favore di Salvini. Se tutti questi sono motivi che indurrebbero Fratelli d'Italia a sostenere la mozione di sfiducia, ce ne sono però altri, ugualmente consistenti, che invece vanno in senso opposto. La mozione infatti non è solo contro Von Der Leyen, ma verso l'intera Commissione di cui fa parte, e peraltro col ruolo di vicepresidente, Raffaele Fitto, e cioè un dirigente del partito di Meloni. È proprio lui, in queste ore, a lasciare intendere in modo informale che Fratelli d'Italia non voterà in sintonia coi promotori della mozione. C'è inoltre una notevole coincidenza: giovedi e venerdì si svolgerà a Roma la Conferenza per la ricostruzione dell'Ucraina, un appuntamento a cui Meloni tiene molto per ribadire la vicinanza attuale e futura dell'Italia a Volodymyr Zelensky, e alla quale parteciperà proprio von der Leyen. Un voto ostile del partito di Meloni, proprio mentre lei riceve von der Leyen a Roma, sarebbe uno sgarbo doppiamente rilevante, e andrebbe probabilmente a compromettere il rapporto che seppur altalenante rimane comunque collaborativo tra le due leader chiaramente per reciproca convenienza. La presidente della Commissione, von der Leyen, non è nuova al tener il piede in due staffe.
Sfruttando cioè due diverse maggioranze a seconda delle convenienze. Sui provvedimenti più importanti si affidava a Socialisti, Liberali e Popolari, la sua maggioranza di riferimento; ma a volte, quando voleva approvare misure di orientamento più conservatore sui temi ecologici e sull'immigrazione, contava invece sulla capacità del Partito popolare, il suo partito di appartenenza, di costruire intese estemporanee coi Conservatori e talvolta perfino coi sovranisti ancora più estremi. E questo andava a tutto vantaggio di Fratelli d'Italia, che poteva così rivendicare una maggiore centralità nelle scelte della Commissione e poteva rafforzare i propri legami coi Popolari. La situazione è insomma abbastanza complessa riguardo alle assunzioni di responsabilita.