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Per troppo tempo abbiamo pensato che la felicità si misuri solo in termini di ricchezza e di agiatezza, ma l’esperienza ci dice che dipende anche da quanto ci sentiamo amati, da quanto tempo possiamo trascorrere con i nostri cari e i nostri amici, da quanto tempo possiamo dedicare alle nostre passioni e ai nostri interessi, da quanto ci sentiamo protetti, da quanto ci sentiamo realizzati, da quanto sappiamo guardare al futuro con ottimismo, da quanto ci sentiamo liberi e capaci di partecipare.
Un nuovo modello di sviluppo ispirato a criteri di equità, sostenibilità, soddisfazione umana. Equilibrio fra necessità produttive e limiti delle risorse, equilibrio fra rifiuti prodotti e capacità di assorbimento della natura, equilibrio fra esigenze occupazionali ed esigenze sanitarie, equilibrio fra bisogni nutritivi e integrità del creato, equilibrio fra tempi di lavoro e tempi di cura, equilibrio fra spazi cementificati e spazi verdi, equilibrio fra produzione locale e produzione globale, equilibrio nella distribuzione della ricchezza all’interno delle filiere internazionali, equilibrio fra energie dedicate alla dimensione individuale e quelle dedicate alla dimensione comunitaria.
Nel concreto significa sobrietà invece di consumismo, riciclo invece di usa e getta, cooperazione invece di sopraffazione, locale invece di globale, tecnologia dolce invece che dirompente. Ad esempio ci siamo convinti che dobbiamo passare dall’energia fossile a quella rinnovabile, dalla produzione lineare a quella circolare, dagli oggetti ad alta intensità di materiale a quelli leggeri. Un insieme di trasformazioni meglio note come green economy che la stessa Commissione Europea è intenzionata a finanziare sotto il grande capitolo del green new deal. Pertanto modificare come si produce e si consuma, ma non quanto si consuma, perché la crescita è il meccanismo che dà stabilità alla macchina capitalista. Non solo da un punto di vista economico, ma anche sociale considerato che per vivere abbiamo bisogno di un lavoro e che il lavoro è legato a doppio filo ai consumi visto che viviamo in un’economia globalizzata. La pandemia ci ha dimostrato in maniera inequivocabile quanto sia necessario contenere produzione e consumi se vogliamo ridurre il nostro impatto sulla natura.
Per cui il vero tema che dovremo affrontare in una prospettiva di sostenibilità è quella del lavoro: come coniugare sobrietà e lavoro per tutti?
La nostra abitudine a considerare come lavoro solo quello salariato non ci aiuta a trovare la soluzione. Possiamo allora intuire che una strada da battere è la riduzione dell’orario di lavoro? Ai vecchi, che godrebbero di un orario più adatto alle proprie condizioni fisiche. Ai giovani, che conquisterebbero autonomia e dignità. Alle donne, che raggiunta la parità fuori casa potrebbero rivendicarla anche fra le mura domestiche.
Ma meno lavoro salariato significherebbe inevitabilmente meno soldi e nella nostra mente si affaccia un’altra domanda altrettanto angosciante: ce la faremo? La risposta è che dipende da ciò che i nostri salari devono coprire. Una cosa è doverci comprare solo cibo, vestiario ed altri oggetti di uso quotidiano.
Altra cosa doverci pagare anche casa, farmaci, esami diagnostici, libri, retta scolastica e qualsiasi altra necessità. In altre parole il salario di cui abbiamo bisogno dipende fortemente dal livello di protezione sociale che ci offre l’economia pubblica. Solo a questa condizione la riduzione dell’orario di lavoro può mettere in evidenza tutti i suoi risvolti positivi e diventare socialmente desiderabile. Il che conferma che un nuovo modello di sviluppo è molto più di una semplice rivisitazione tecnologica. E’ un nuovo modello organizzativo costruito su nuovi valori, nuovi ruoli, nuove interazioni. Soprattutto è un nuovo modo di concepire il lavoro, il mercato e la comunità.