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I numerosi sondaggi d’opinione pubblica descrivono un diffuso disinteresse e sfiducia verso la politica e la mancanza di idee chiare in merito al voto.
Ormai prevale la logica dell’antipolitica come rifiuto a riconoscersi nella debacle della politica, a partire dall’opposizione sia di destra che di sinistra e nel loro modo di fare. Destra e sinistra hanno da sempre rappresentato un quadro di riferimento ideologico diventando quindi un fattore identitario e soprattutto avanti alle situazioni conflittuali e alle reazioni emotive che inevitabilmente scatenavano e trovavano un vettore in cui collocarsi e trasformarsi in risorse di impegno, di lotta, di cambiamento.
Tali ideologie hanno perso il loro riferimento strutturante, ma non per questo si elimina il conflitto dalla politica, che continua a emergere e ad essere rappresentato, anche a fini identitari ed elettorali, attraverso opposizioni bipolari. Né vengono meno tutte le passioni ed emozioni che i conflitti politici suscitano: paura, ansia, rabbia, entusiasmo, speranza, ecc. Tutto ciò è parte della incoerenza e non soltanto degli elettori, ma anche dei politici. Il progressivo depotenziamento delle ideologie ci obbliga dunque a rifare i conti con la realtà del carico emotivo della politica. Basti pensare a quanto facilmente ci si accalora quando se ne parla tra persone di diverso orientamento, esprimendo passione o repulsione che non esito a definire del tutto viscerale.
Passioni ed emozioni sfuggono pertanto al nostro controllo. Inoltre arrrecano in sé il marchio della volatilità o volubilità. Un altro pericolo è che emozioni e passioni possono diventare la base della manipolazione ad opera di chi, con pochi scrupoli, sa utilizzarle a proprio vantaggio. La vera sfida, in politica come in tutte le dimensioni della vita, è quella di NON lasciarci dominare dall’emotività, ma di rileggere i propri vissuti per comprendere la realtà dei fatti in cui viviamo e trasformarli in generatori di risorse. Passioni ed emozioni fanno dunque sorgere molteplici interrogativi. E allora come difenderci dal rischio che siano manipolate? In che modo l’energia che producono può essere convogliata in modo costruttivo? Come evitare di cadere nell’assolutizzazione emotiva, che può portare a fanatismo, intransigenza?
Come non smarrire la percezione più realistica e pragmatica dei limiti del nostro agire? Infine, come arrivare a una efficace interazione tra emozioni e razionalità? Questi quesiti, in fondo, non riguardano solo la politica ma in tutti gli ambiti della nostra vita. Ma come fare? Un primo passo è dare un nome alle emozioni, identificandone l’origine. Il saper distinguere tra indignazione e invidia, tra ira e risentimento, speranza e illusione, partecipazione o manipolazione. Riconoscere le passioni ci permette di intuire sulle motivazioni profonde e di distinguere tra pretese illegittime e domande legittime di libertà e di giustizia. La strada poi può aprirsi progressivamente se ci abituiamo a cogliere la libertà nel vero senso del significato. Il segno di una democrazia matura e di una politica adulta è che le scelte non si basino sul fatto che le alternative siano “di destra” o “di sinistra”, né sul conteggio degli infiniti “mi piace” individuali e poco motivati, ma su un percorso di cammino costrutto.