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Nei miei elaborati scritti con cui ho condiviso discussioni, entusiasmi e delusioni, c’è chi mi ha fatto notare un certo scetticismo. Non tanto nello stile ma nei contenuti, che trasudano una certa spossatezza, quasi un’amara constatazione sulla dinamica di questa società frammentata. Violenza, sopraffazione, invidia.
Il tutto segnato e già scritto da un nostro codice genetico? Non ci si deve stupire quindi se la storia dell’uomo sia costellata di guerre, massacri, odi tribali e vendette infinite. Eppure un sogno, almeno da ragazzo, me lo sono concesso. L’unione di più Stati? Un continente Europeo? Tra i padri fondatori dell'Unione Europea che hanno ideato e guidato le prime forme di integrazione nel secondo dopoguerra è certamente Alcide De Gasperi. Il più garantista ed europeista dei leader politici di quegli anni. Parlava di Europa come di un’urgenza storica, non come di un lusso intellettuale. Non come una “bella idea”, ma come una necessità. Dalla fine della guerra, De Gasperi si è battuto attivamente per l'unità europea nella convinzione che fosse l'unico modo per prevenire futuri conflitti. Era motivato da una chiara visione di un'Europa unita che non sostituisca i singoli Stati, ma che consentisse loro di integrarsi e sostenersi a vicenda. Per lui l’unificazione europea non era retorica, era condizione vitale. L’unico modo per impedire che il nostro Paese finisse risucchiato nel Mediterraneo della Libia, dell’Egitto, della Tunisia, dall’Algeria, diventando così la propaggine settentrionale di un Nordafrica inquieto. L’idea che un’Europa unita avrebbe garantito pace, libertà, benessere. Un’Europa concreta, ambiziosa, costruita sulla memoria delle macerie della guerra e sulla promessa solenne del “mai più”. Un continente capace di una comunità di diritti e di doveri, di libertà e di responsabilità. Un’unione politica, non solo economica; culturale, non solo mercantile. Un embrione di federazione. Non un superstato. Una casa comune in cui riconoscerci cittadini europei prima ancora che italiani, francesi o tedeschi. E invece, guardandomi attorno oggi, faccio fatica a riconoscere tali obiettivi. Cosa noto? Un’Unione che spesso viene percepita dai suoi stessi cittadini come un immenso baraccone burocratico, utile solo a stabilire regole minuziose e incomprensibili e impotente di fronte alle grandi questioni del nostro tempo: la geopolitica, la difesa, l’energia, i rapporti con i giganti del pianeta. Ci siamo illusi che l’euro fosse di per sé un collante politico. Abbiamo delegato all’economia ciò che avrebbe dovuto essere compito della politica. E così, quando sono arrivate le vere sfide (la crisi finanziaria del 2008, l’ondata migratoria, il Covid, e infine la guerra alle porte dell’Ucraina) abbiamo scoperto l’inettitudine. Abbiamo celebrato Erasmus e i voli low cost, salvo dimenticare di educare i giovani al significato profondo di “essere europei”. Abbiamo invocato diritti comuni, ma ci siamo divisi sui doveri. Negli anni ’90 si è preferita la via della moneta unica piuttosto che quella della comunità politica. Abbiamo avuto l’euro prima dell’Europa dei cittadini. E così, quando il vento ha iniziato a soffiare contrario, non c’era una volontà popolare capace di tenere insieme i pezzi. La fine dell’Unione Sovietica, che pure fu salutata come un’opportunità storica, ha generato più disordine che equilibrio. I Paesi dell’Est, accolti con entusiasmo, si sono spesso rivelati i più euroscettici, i più refrattari a quei valori liberali che avrebbero dovuto unire. E l’Occidente europeo non ha saputo indicare una rotta. Oggi, dopo decenni di illusioni, ci accorgiamo che l’Europa che abbiamo costruito non è quella che avevamo desiderato. Forte con i deboli e debole con i forti. Persino con Trump, il più “anti-europeo” dei presidenti americani, non siamo stati capaci di negoziare. Perché nel mondo conta la politica, non le formule magiche degli eurocrati. Ecco allora la mia amarezza. Abbiamo edificato un grande mercato, ma senza dargli un’anima politica. Abbiamo dato regole, ma non visione. Abbiamo creato un gigante economico con i piedi d’argilla. E’ da sperare nella nuova generazione che studia, che si incontra, che si interroga, che si mescola. Una generazione che non conosce barriere linguistiche o culturali come le conoscevamo noi. È a loro che dobbiamo dire che la pace non è un’eredità garantita, ma una conquista quotidiana. Che difendere la libertà significa, se serve, anche combattere, e non solo sventolare bandiere colorate in manifestazioni inconcludenti ed ideologiche. Forse non tutto è perduto. Forse c’è ancora un filo, seppur spezzato, che si può riallacciare. Io resto aggrappato a questo filo.