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Ci si può proclamarsi neutrale soltanto se disposti a riconoscere e rispettare la propria neutralità. Oggi come oggi è utile parlare di neutralità?
Il Paese più bellicoso e maggiormente incline ai conflitti (gli Stati Uniti) non ha veramente vinto alcune delle sue guerre maggiori. Basti ricordare la Corea e il Vietnam terminata con la débâcle dell’America. Come anche nelle due guerre del Golfo e in quella afghana.
La vittoria è stata soltanto apparente e ha lasciato sul terreno una situazione non meno pericolosa e molto più instabile di quella che aveva preceduto l’inizio del conflitto. Ed ora abbiamo a che fare con la guerra in Ucraina e ancor più devastante quella del Medio Oriente. Forse l’aspetto più sorprendente di queste false vittorie è la particolare natura del falso vincitore. Unici vincitori sono le lobby industriali belliche che grazie alla tecnologia hanno creato il più raffinato e micidiale degli arsenali. Credo che fra la straordinaria efficacia di questo arsenale e la precarietà delle vittorie esista un nesso.
Quanto più l’America mette in campo armi raffinate e distruttive, spesso concepite (come i droni) per ridurre drasticamente il numero delle proprie vittime, tanto più i suoi nemici sanno che non potranno mai batterla sullo stesso piano. E’ nata così la guerra asimmetrica in cui il nemico degli Stati Uniti ricorre ad armi di cui l’America non può servirsi. L’uso del soldato come bomba vivente, quello della popolazione civile come scudo umano, il massacro dei prigionieri, la distruzione del patrimonio culturale, gli attentati terroristici nelle retrovie del nemico.
Possono esservi conflitti che terminano temporaneamente per la stanchezza di entrambi i combattenti, ma non si tratta quasi mai di pace e stabilità. Confesso di non sapere come sia possibile uscire da questo vicolo cieco. I nemici esistono e devono essere affrontati, come nel caso dell’Isis, con fermezza. Ma quale è oggi il senso e la utilità di queste guerre che non possono essere vinte?