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Le fragilità dei ragazzi e l'inadeguatezza genitoriale e societaria




Gli episodi che ultimamente hanno riempito le cronache sono un'intensificazione e una recrudescenza di uno stile di vita molto diffuso nella nuova generazione Z. Risse, furti e baby gang. È sufficiente digitare in un qualsiasi motore di ricerca l’espressione "baby gang" per ottenere decine di risultati provenienti da tutta Italia i cui protagonisti non superano i 20 anni d’età. 


La ricomparsa di coltelli e armi da taglio usati da giovani adolescenti e preadolescenti aveva cominciato a mietere un preoccupante numero di vittime già prima della pandemia. Oggi l’aggressività giovanile coinvolge la scena pubblica e quella familiare con aspetti inediti. In famiglia la violenza e il maltrattamento non sono più un’esclusiva degli uomini sulle donne.

Sempre più spesso assistiamo ad aggressioni dei figli verso i genitori in prevalenza maschi. L’uso di sostanze psicoattive, legali e illegali, gioca un ruolo importante, ma NON ne è la causa. Negli ultimi tempi le notizie di stupri, violenze, omicidi in cui i giovani under 30 sono stati, purtroppo, vittime e carnefici, si sono intensificate in modo inatteso. Come si spiega questo aumento esponenziale della violenza fra i giovani? Molti i suicidi, i crescenti disturbi alimentari e forme di ritiro sociale. Ma anche caratterizzate da impersonalità, cercando di mettere insieme atti di violenza verso gli altri alla ricerca di visibilità.

Abbiamo costruito una società nella quale se attraversi momenti in cui senti di non aver valore, o successo, o hai la sensazione di non far parte di un contesto sociale si cerca di farlo in maniera clamorosa. Colpa della fragilità degli adulti? Non solo, esiste una fragilità nel sistema. Oggi concretizzarsi di un modello familiare di tipo post narcisistico è frutto di un’evoluzione durata decenni. Dal Super-Io all’ideale dell’Io. Se si aggiunge la comunicazione mass mediatica, pervasiva, di internet e tv, è quindi indubbio che abbiano a disposizione una serie di modelli di identificazione dove conta essere visibili. Esiste una via d’uscita? Se sono fiducioso? Lo sono o meglio devo esserlo. Le Istituzioni devono continuare a lavorare sulla fragilità degli adulti. Basti pensare a certi personaggi della politica o della società civile che hanno costruito il proprio successo su internet. Ciò ha fatto perdere credibilità agli adulti. Dobbiamo recuperare il terreno. Prima di tutto dobbiamo rimettere, seriamente, al centro dell’azione educativa i ragazzi. Si cresce in una società dove tristezza, rabbia e sentimenti disturbanti non si riescono ad ascoltare. La famiglia oggi ascolta i figli molto di più di quanto fossi ascoltato io, il problema è se è in grado di comprendere quanto hanno da dire i figli. Spesso il genitore vive come un affronto ogni fallimento, ogni inciampo, con la tipica frase: con tutto quello che ho fatto per te. Bisogna avere il coraggio di fare domande scomode e amare i figli per quello che sono. Per farlo bisogna essere saldi e non ricattabili. Li abbiamo cresciuti come piccoli adulti, li abbiamo spinti a socializzare, li abbiamo protetti dall’infelicità e dal dolore.

Ma non è bastato. E qual è il rapporto dei giovani con il sesso? Oggi conta poco per le nuove generazioni compenetrare il corpo dell’altro, conta di più vivere nella mente dell’altro. Una cosa è certa: nei prossimi anni dobbiamo tutti impegnarci a comprendere la differenza tra nuove normalità e nuove forme di sofferenza e di disagio. Abbiamo costruito una società fluida, in cui sarà sempre più complesso capire se il comportamento di un adolescente ci segnala una psicopatologia o, al contrario, un segnale di adattamento alla società. Nei giovani è altresì evidente il corrodimento della fiducia istituzionale. Moltissimi oggi sono convinti che non ci si possa più fidare delle istituzioni: Stato, con annessi e connessi, Chiesa, con annessi e connessi, scienza, scuola, il web stesso, per non parlare poi della tv.

Questo produce la percezione di non sentirsi più ricompresi e riconosciuti da ciò che dà forma al governo della società e di doversi e potersi permettere una ricostruzione arcaica dei rapporti sociali. E la storia ci insegna che la violenza non solo sia permessa, ma spesso richiesta come strumento non solo di gestione del potere. Meccanismi spesso inconsapevoli, in cui però molte persone oggi sembrano lasciarsi andare, senza opporre resistenza. Se i millenials (generazione Y – periodo anni 80/90 ) erano nel dilemma sul come poter ricostruire istituzioni che fossero capaci di un governo sociale in grado di permettere la realizzazione degli individui, la generazione Z ha optato per l’impossibilità di ciò e sta cercando di trovare modi di autogoverno arcaici sufficienti, in cui però è scontato che alcune persone, o alcune parti delle persone, non potranno realizzarsi. Fino a percepire che l’uso della violenza sia un elemento strutturale e non “smisurato” per la convivenza sociale. In molte di queste situazioni, lo strumento giuridico della messa alla prova (la sospensione del procedimento penale, a fronte di un percorso da parte del minore ) si rivela formidabile e per questo andrebbe sostenuta con più risorse e opportunità.

La messa alla prova è la dimostrazione che è possibile disegnare percorsi riabilitativi adeguati. Ma perché abbia successo va rafforzata nei fatti, con impegni finanziari (gli interventi non sono a costo zero), investimenti culturali (la formazione degli operatori e dei volontari, le campagne di opinione a sostegno) e una coraggiosa iniziativa politica. La prevenzione è stata la cenerentola e la vittima privilegiata dei tagli alla spesa sociosanitaria degli ultimi decenni. È giunto il momento di cambiare rotta.

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