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Oggi siamo più che mai sottomessi allo strapotere economico, politico e aggiungo di mio antropologico delle grandi piattaforme tecnologiche come Facebook, YouTube, Instagram, WhatsApp, TikTok, Twitter (ora X), Linkedin, Pinterest, Telegram, Snapchat e via dicendo. I social media trasmettono principalmente immagini shock, videoclip, testi concisi, audio enfatizzati e ramente riflettuti e ragionati. I quotidiani letti in internet spesso si riducono a titoli e sommari. Le televisioni abbondano di notizie dette e ripetute a nastro e puntando a talkshow "armati" e urlati per fare audience.
Tutto ciò crea la desuetudine al pensiero, alla costruzione logica, al confronto di merito. Ciò comporta un ascolto simbologico che priva ogni ragionamento critico e abbonda di simboli. Un ascolto che parteggia per le forme espressive a pro di spettacolo dei contendenti o schierandosi fin dall'inizio. Una platea di spettatori già divisi e organizzati volutamente. Non si può non considerare questo modo di essere, di dire e di ascoltare. Accanto a ciò c'è l'assenza, il rifiuto, il silenzio dichiarato di chi non intende farne parte e quindi di coloro che scelgono di non esprimersi, di mantenersi distanti dalla socialità elettrice e votante. Si è rotto pertanto quel legame antico. Il legame democratico che esprimeva la possibilità sostanziale e non formale di esprimersi e di contare. Quando esprimersi era contare. E questa parte della società, ormai maggioritaria, si mostra invisibile. Volutamente perché disinteressata per rinuncia o per antagonismo alle strutture possibili della democrazia. La fatica di contare necessita infatti come base primaria proprio della speranza, della fiducia sulla possibilità prima ancora che sul risultato.
Ed ecco allora le due facce di ciò che ci manca: contare tra coloro che usano e adottano una comunicazione basica, immediata, facile ma erronea, strumentalizzabile, incontrollabile e spesso banale e/o contare tra coloro che non ci sono, gli scomparsi, quelli che non puoi convincere soltanto con gli appelli o gli inviti. La mancanza può generare opportunità? Credo di sì. Allora si capisce, ad esempio, la forza e i limiti di quanti si astengono al voto. La forza sta nel tornare a esserci. Il limite nell'incapacità di filtrare proprio tra i deboli e gli sconfitti.