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La riduzione delle tasse e i costi della classe politica




La riduzione delle tasse e i costi della politica sono argomenti strettamente correlati, in quanto la spesa pubblica, inclusi i costi della politica, influenza la possibilità di ridurre le tasse. Tagliare i costi della politica può creare spazio fiscale per una riduzione delle tasse, ma è importante considerare anche l'impatto di tali tagli sulla qualità e l'efficacia della rappresentanza politica e dei servizi pubblici. 


Il problema degli enti inutili e/o inefficienti non è nuovo. La vera cancrena della miriade istituzioni pubbliche, para-pubbliche o private controllate dai poteri pubblici non è mai stata di fatto estirpata. A partire dagli anni ’70 molte leggi hanno previsto, e in alcuni casi imposto, la soppressione di enti inutili, il loro accorpamento, o almeno la loro razionalizzazione sul piano della funzionalità e dei costi. Tutto inutile, proprio come gli enti da sciogliere. Ma il costo della politica più rilevante è dovuto al logoramento dei rapporti tra le istituzioni, che, anziché collaborare, spesso sono in conflitto tra di loro.

Quante volte, nella fase drammatica dell’emergenza Covid, e anche dopo, abbiamo assistito a polemiche di presidenti regionali contro il governo, che certo non hanno giovato al coordinamento, alla tempestività e all’efficacia dell’azione pubblica. In realtà non si sta affrontando realmente il problema delle articolazioni locali dell’amministrazione statale che è organizzata su base provinciale (prefetture, questure, provveditorati agli studi ed alle opere pubbliche, intendenze di finanza, delegazioni locali delle ragionerie dello Stato, della Corte dei Conti, della Banca d’Italia, distretti militari, ecc.) ed il cui accorpamento pone seri problemi legati alla mobilità e alle resistenze corporative.

Comunque sia, per ora non se ne parla. Insomma la classe politica non affronta realmente la riclassificazione degli organismi Istituzionali, dandoci ad intendere di stare operando chissà quale riforma epocale. Non c’è dubbio che l’Italia sia afflitta da un eccesso di spesa pubblica che va ridotta e che questo eccesso sia direttamente connesso all’ipertrofia del ceto politico.

Chissà perché, quando si tratta di tagli alla spesa pubblica subito si punta l’indice su pensioni, sanità ed istruzione?! Il vero bubbone sta altrove e si chiama “Regione”. A distanza di 40 anni dall’avvio della riforma regionale non mi pare ci sia stato alcun avvicinamento dei cittadini alla gestione della cosa pubblica (e tantomeno possiamo parlare di forme di democrazia diretta) quanto, piuttosto, la crescita ipertrofica di un ceto politico regionale che si aggiunge a quello nazionale e lo supera quanto a voracità. Non si tratta solo delle centinaia di consiglieri regionali e dei relativi portaborse e sottopancia, ma anche della foresta di enti collaterali i cui consigli di amministrazione sono lautamente gettonati e dell’onda montante dei consulenti. Non è quantificabile una reale stima del personale al supporto del ceto politico aggiuntivo e collaterale.

Piuttosto, l’esercizio del potere legislativo da parte delle assemblee regionali ha ingrossato il fiume dell’iper-normativismo ed ha accentuato disservizi ai cittadini. In particolare nel settore della sanità, dove le attese alle prestazioni ospedaliere fanno registrare numerosi disservizi. Infine, l’avvicinamento del centro decisionale alla base elettorale ha comportato una netta propensione all’aumento della spesa. Non ce ne affatto bisogno. Ed allora, perché non cominciamo a prendere in considerazione la possibilità di abolire le regioni?

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