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A mio parere questo lodevole impegno non basta più: occorre attrezzarsi per analizzare con intelligenza e capire perché è giunto il tempo di occuparsi (o preoccuparsi?) La nostra cultura ci spinge verso una forte attenzione per le persone e soprattutto per quelle persone che fanno fatica a tenere il passo: non possiamo rinunciare a promuovere la costruzione del welfare dei servizi, che siano forti mediatori per l’esigibilità dei diritti. È nostra convinzione, infatti, che solo in questa prospettiva arriveremo a costruire scenari di “bene-essere” per tutti. «Riterritorializzare la vita» Il nostro è un invito ad impegnarsi per nuove declinazioni della vita, nuove forme, legami, possibilità!
Un invito a riscoprire alcuni sentieri, per non cedere all’illusione di ritenersi capaci singolarmente di interventi risolutivi, impegnando solo le proprie competenze! Personalmente penso che “riterritorializzare la vita” sia un invito a riconsiderare il proprio bagaglio di competenze e provare a ricostruire un dialogo con tutti gli attori coinvolti, a riprendere in mano il proprio impegno umano e culturale e a condividere momenti concreti di cambiamento, nella consapevolezza che ognuno singolarmente non possa fare granché, mentre, insieme, pur rispettando le responsabilità di ruolo di ognuno, si possano rivitalizzare i servizi e soprattutto le esistenze.
Serve un nuovo patto tra Associazionismo, collettività e Istituzioni. È ormai giunto il tempo che le Associazioni e anche il Terzo Settore, con rispetto e dialogo, mettano occhi, naso e intelligenza in quei Servizi, per conoscerne i processi di funzionamento del sistema organizzativo, per coglierne le fragilità, le carenze e le disorganizzazioni.