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Nell’attuale mainstream spesso si vessa ogni comunicazione amalgamando senza differenze di merito tra interventi di guerra e di pressioni economiche imposte dalle nazioni potenti, le quali confondono ad arte la difesa con l’attacco, la prepotenza con il negoziato, l’economia sostenibile con il mercimonio.
Il tutto confortato in una esaltazione fatua di eventi diversi di spettacolo, sport, cronaca sociale e criminale in un caos mediatico in cui illusori esperti “dialogano” per palese incompetenza nel comune “diritto strumentale” passando da cattedre universitarie inconfutabili di ogni sapere alla mediocre banalità del singolo piazzista, entrambi accomunati dal dover dire qualcosa di distraente da contrapporre alle immagini di tragica umanità sofferente. Alla fine anche nei giornali stampati e online ogni argomento è scelto sulla sua capacità attrattiva, prima ancora del merito. Ne sorge un mix di considerazioni che fanno nascere per chi legge la domanda: ma questo redazionale è di destra o di sinistra? E’ un dubbio che spesso assale anche me nella scelta delle verità e se l’articolo sia espressione di una parte politica al di là dei fatti. Se ritenete che queste mie riflessioni non siano compatibili o degne di essere lette, non consideratemi. Se invece ritenete che queste opinioni meritino comunque rispetto e considerazione allora andiamo avanti nella pur reale dissonanza. Certamente faccio fatica a capire, ma soprattutto rimango attonito da questo disordine mediatico tra argomenti seri e faceti, vicini e lontani, con un piglio di supponenza. Da qui il mio rifiuto di sponsorizzazioni e profilazioni, preferendo rimanere (nella mia modesta sapienza) più orientati a proporre scelte di vissuti di impegno sociale dove l’antidoto al politichese tra destra e sinistra è nel riascoltare l’omonima canzone di Giorgio Gaber.