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Feste, ricorrenze – commemorazioni non sempre attuali e strumentali




Dopo il 25 Aprile riecheggia la festa del 1° Maggio: Festa del lavoro o dei lavoratori? Forse sarebbe più appropriato definire “giornata della memoria storica del lavoro”. Ma su cosa dovremmo festeggiare vista la lunga lista di disoccupati, esodati, cassaintegrati, sottoccupati e precari!? 


Oggi, per molte persone, non rappresenta nient’altro che la somma delle contraddizioni e del malessere sociale che il nostro Paese ha accumulato nel corso di questi ultimi anni. La morsa della crisi legata a più fattori, quali l’inflazione, il Covid-19, la guerra in Ucraina, ha fatto schizzare i prezzi delle materie prime, deivprodotti alimentari e quelli di gas naturale. La speculazione sui prezzi del petrolio e i rincari dei carburanti, ha abbondantemente stritolato le famiglie e le imprese innescando una bomba sociale pronta ad esplodere in qualsiasi momento.

Negli anni che fù la famiglia rappresentava un vero e proprio ammortizzatore sociale. Oggi questa rete di protezione non può più permettersi di supportare e ammortizzare le problematiche economiche. La Commissione Europea stima che nel 2024 il PIL italiano sia in crescita rispetto al 2023. In verità si respira un esasperazione individuale e collettiva, che non trova tutti questi riscontri positivi a confronto sui problemi reali e quotidiani. In questo clima, festeggiare mi sembra alquanto azzardato e surreale. La gente è triste, avvilita, scoraggiata e, manco a dirlo, gran parte delle colpe sono da addebitare alla sordità della politica che ha prodotto pian piano il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti. Non può essere definita “società civile” quella in cui la politica e le Istituzioni restano indifferenti dinnanzi al dramma del lavoratore, il quale una volta perso il lavoro si spoglia della propria dignità. La società civile e le Istituzioni non devono muoversi in parallelo, ma in maniera complementare e partecipata, perché la vera politica è figlia del bisogno dei cittadini che non deve essere, in nessun modo, strumentalizzato. Ma al di là del malessere quanto mai palpabile il panorama cerimoniale del nostro paese sembra essere caratterizzato da profondi processi evolutivi dove ad assumere un significato è la sola retorica improntata a una vana e artificiosa ricerca dell'effetto con manifestazioni di ostentata adesione.

A rigor di cronaca e della concezione del tempo come storia molte commemorazioni, a mio avviso, oggi non sono più attuali, anche se nella loro descrizione riconoscessimo elementi di eventi contemporanei. Semmai se ne potrebbe conservare solo il nome senza tutto quel apparato cerimoniale e altrettanto costoso. Si sa che il concetto di festa possiede certamente una valenza memoriale ma che deve tener conto delle trasformazioni economiche, sociali e culturali.

Occorrerebbe saper coniugare tradizione e innovazione, miscelando in maniera creativa passato e presente attribuendo anche nuovi significati a simboli del passato senza ovviamente omettere la posizione etnografica.

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