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A quanto sembra si investe più sul mantenimento del sistema pensionistico, rispetto ai servizi per donne, ai giovani e alla delocalizzazione delle aziende. Se vogliamo dare un futuro alla città dobbiamo provare a guardarlo con gli occhi e i bisogni di chi ha davanti a sé buona parte della propria vita. Penso soprattutto ai giovani e non basta dirlo, serve dar loro voce.
Certo è che non sappiamo cosa accadrà in futuro e non dobbiamo fidarci troppo delle previsioni, perché spesso si basano su informazioni approssimative. Possiamo solo sperare che abbiano torto quei scienziati secondo i quali abbiamo solo una qualche decina d’anni per salvare il pianeta, visto che non sono certamente in corso azioni sufficienti a un cambiamento di rotta.
Dobbiamo far forza sui nostri comportamenti nel rendere i luoghi che abitiamo migliori, più equi. Sembra un approccio utopico, e forse lo è, ma, dopo una pandemia, magari si può anche agire per cambiare prospettiva. Il principale problema reale è evitare che la fatica della vita urbana, dettata dai costi, dalla percezione di insicurezza, dagli spazi privati angusti, dai problemi ambientali, uniti a una riduzione delle opportunità sociali, ci spinga a vivere altrove ed emigrare.
È arrivato il momento di passare da un modello di città e di società competitiva, che può lasciare indietro chi è in difficoltà, a un modello più collaborativo. Una questione che non riguarda solo la nostra città e chi l’amministra, ma anche il mondo del lavoro e le imprese, che hanno goduto di grande sostegno pubblico durante la pandemia e che ora dovranno contribuire a loro volta a creare una società più giusta. Serve impegno, non promesse. Occorre dar vita ad un programma che intenda portare avanti una serie di politiche rivolte alle nuove generazioni in quanto solo investendo nella crescita delle nuove generazioni è possibile pensare ad un futuro migliore. L’attuale politica si farà parte attiva per estendere e promuovere i diritti di partecipazione alla vita pubblica delle nuove generazioni? Da sempre pensiamo che il raccordo tra sapere, lavoro, innovazione e ricerca sia la vera scommessa da vincere. Puntare sulla produttività sociale dell’istruzione e della formazione è il migliore antidoto alla crisi occupazionale giovanile della nostra città. Promuovere il lavoro collettivo e l’occupazione, per favorire la nascita di start up, imprese sociali e altre esperienze innovative per superare il precariato. Incentivare la creazione di spazi di co-working per promuovere l’autoimprenditorialità giovanile e che il Comune come anche la Confindustria e le altre associazioni similari di categoria favoriscano la connessione tra le aziende che operano sul territorio e le nuove start-up che nasceranno. Individuare all’interno del patrimonio immobiliare pubblico particolari soluzioni abitative con affitti calmierati per i giovani che si trovano attualmente in situazioni di precariato, sottoccupati e inoccupati.
Favorire il turismo giovanile incoraggiando le pratiche di gemellaggio con altre città italiane e straniere, anche attraverso le esperienze di volontariato. Prevenire il precoce abbandono scolastico favorendo il rientro in percorsi formativi con attività di informazione e orientamento scolastico e professionale collaborando attivamente con Istituti Professionali presenti nel territorio. Il Comune dovrà fare rete e avere un ruolo attivo, di indirizzo e coordinamento tra la scuola statale (primaria e secondaria), le scuole paritarie e le altre agenzie educative del territorio attraverso convenzioni eque, verifiche periodiche della qualità del servizio. In questo auspico per un radicale cambiamento a partire dal 2024.