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Anziani sempre più soli e poco connessi all’attuale società




La tragedia è avvenuta ad Angera, non ultima di questi tempi, in un Comune del Varesotto fa riflettere sul corso/percorso in dirittura di arrivo alla vecchiaia. L'uomo aveva 91 anni con una pistola ha sparato alla moglie, che era ricoverata nel reparto di medicina sub acuta, uccidendola. 



Quindi ha rivolto l'arma verso se stesso facendo fuoco e ammazzandosi. Queste tragedie riportate sempre più frequentemente alla cronaca, raccontano la sofferenza della vita. Quella degli anziani coniugi che “decidono” di porre fine alla loro esistenza è una storia che ci mette di fronte alla vecchiaia e alla solitudine, alla paura e alla malattia. Ci porta a riflettere con paradossi e contraddizioni di questi tempi laddove da un lato si esalta l’allungamento della vita come conquista e dall’altra dimentica le necessità della vecchiaia o pone poca attenzione collettiva alle fatiche, non solo fisiche ma psicologiche. Di chi con l’avanzare degli anni si deve confrontare con i cambiamenti e i disagi, con le perdite e i distacchi, il vuoto affettivo e l’isolamento che generano angoscia e disperazione. Sono gesti che denunciano un profondo e lungo sconforto dato dalla mancanza di prospettive e dalla perdita progressiva dei sogni di una vita. Accettare la vecchiaia non è certamente facile per nessuno. Il cambiamento e il decadimento del corpo e della mente, ma oggi come oggi più di ieri significa fare i conti con l’idea pervasiva di una società che valorizza sempre più ed esalta la prestanza fisica e il benessere economico. Cose che non appartengono agli anziani. Tutto ciò non pare essere in relazione con la crisi che stiamo attraversando né con le perdite economiche che essa produce, quanto piuttosto con le trasformazioni rapide e radicali di una società sempre meno empatica e più indifferente alle relazioni, laddove la distanza affettiva tra le persone impedisce agli anziani di adattarsi ad un nuovo modello di vita. In realtà chi uccide un familiare e poi si suicida, lascia come testamento proprio la denuncia di non essere più in grado di capire questa società e di sopportare la fatica del vivere quotidiano. A differenza di un tempo in cui la vecchiaia rappresentava la saggezza di tutta l’esperienza acquisita, oggi come oggi non pare interessare più a nessuno.

Se il suo ruolo era quello di trasmettere alle nuove generazioni le conoscenze di un’intera esistenza, oggi i saperi sono totalmente diversi. E poi ora che tutto corre rapidamente e le competenze si rinnovano in fretta, l’anziano sembra avere poco da dire e quasi nulla da trasmettere. Colpa anche di una società che punta tutto sul vivere la giornata e sul profitto economico. Le conoscenze sembrano inutili, l’autorevolezza svalorizzata e, a livello collettivo, l’immagine del vecchio saggio ha ceduto il posto al ritratto dell’inefficienza che spesso fa sentire l’anziano un bagaglio inutile e ingombrante.

A prescindere dai significati e dalle motivazioni di tali angoscianti gesti che possono essere tanti e diversi si intersecano con la disperazione di un lungo grido di disperazione che nessuno raccoglie e che anche la comunità più accogliente, fatica a comprendere e condividere.

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