Politica
Posso solo affermare che esistono indicatori universali in grado di anticipare questi per così dire “sintomi”. Esiste l’insaziabile, che ha trovato nel lavoro miglior vita e che non si accontenterebbe della Luna.
Chi invece non ne può proprio fare a meno, perché la vita gli si è messa di traverso, e pazienza, cosa vuoi farci, succede. C’è chi ha preso il primo treno che gli passava sotto al naso per poi accorgersi che non valeva la pena. Insomma, a mettercisi d’impegno e a volerlo proprio trovare, il potenziale dimissionario che alberga in ogni lavoratore alla fine salta fuori. Può volerci un po’ di più, un po’ di meno, ma se c’è nell’aria il bisogno di cambiare ambiente di lavoro, poche storie: prima o poi bisogna farci i conti.
Tracciare un unico profilo del “dipendente a rischio” (a rischio dimissioni, si capisce) è impossibile. Semmai è chiedersi se esistano denominatori comuni. Vale a dire indicatori universali in grado di anticipare e li trovarne, se mai ce ne fossero, pronti a esortarci a uscire dalla nostra pseudo zona di comfort e fare la sola cosa sensata da fare: dimettersi o reagire.
Ma quando è davvero il momento di farlo? In generale: quando non si ha più intenzione di lavorare con l’attuale “capo”. Quando il lavoro non lascia spazio nella vostra vita. Quando si è insoddisfatti dell’ambiente di lavoro. Quando viene visto il tutto in maniera negativa!! Come non ricordare l’ultima volta in cui ci si è lasciati andare a uno slancio di sano ottimismo? Ecco, la velocità a cui poter rispondere a questa domanda è già un indice piuttosto attendibile del bisogno che si ha per accedere ad una nuova sfida da interiorizzare. Lamentarsi per ciò che non funziona o cercare una sponda nei colleghi per evidenziare un problema o per rimarcare deficienze strutturali o di altro genere, sono tutti indicatori lampanti dell’esigenza di chiudere in fretta col passato e concedersi l’ebbrezza di un cambiamento.
Procrastinatori si nasce!! NON si diventa!! E se tutto ciò dovesse arrecarci qualche serio pensiero e disagio al rientro al lavoro, beh, forse è arrivato il momento di pensare seriamente a qualche soluzione. E’ inutile dire che siam esseri umani e NON robot.
Basta ricordarsi di come eravamo a scuola, e il giorno dopo c’era qualche verifica. Era un altro affare. Unico consiglio: prima di chiudervi la porta alle spalle, sarebbe opportuno manifestare il vostro disagio a qualche persona fidata o meglio a qualche professionista/sindacalista del settore. A ragionare sulla possibilità di cambiare qualcosa rispetto alla permanenza o meno e di uscire da questo circolo vizioso. Il lavoro non è solo una questione di salario!!! Ma di dignità sì, però!!!
Un crollo di motivazione di questo genere è di solito il giustificato preludio alle proprie dimissioni. Peggio della stagnazione economica e professionale, c’è solo quella formativa. Il giorno in cui si avrà la sensazione di non imparare più niente dal lavoro, di non evolvere di un millimetro dalla posizione attuale, e di ragionare non più in termini di esperienze acquisite, ma di giorni, mesi e anni, per carità, alzate la mani, spegnete le luci, fermate tutto.
E’ arrivato il momento di scendere dalla giostra o di reagire di conseguenza. Una nuova sfida è quello di cui aver bisogno per dare di nuovo un senso alla propria vita e al servizio di qualsiasi altro progetto. Non esiste un limite di età. Questo ho imparato dal mio concepire la vita e non mi sento di giudicare chiunque e chicchessia.