Politica
Il caso di Sara Pedri, ginecologa forlivese scomparsa dal mese di Marzo, è uno dei tantissimi casi di Mobbing. Specialista in Ostetricia e Ginecologia, un curriculum di alto livello all'insegna di numerose specializzazioni.
Una ragazza intraprendente e testarda, volitiva e che pretendeva tantissimo da se stessa. L’Italia è uno dei pochi Paesi ancora privi di una legge anti-mobbing.
È indispensabile che finalmente una legge arrivi al traguardo. È una questione di diritti e di equità. Questo fenomeno odioso mortifica e lede la dignità di tutti i lavoratori. Finora molte proposte DDL ma senza risultati. Nel Codice penale manca un riferimento a questo fenomeno (è assente persino in quello civile); così le “vittime” sono pressoché indifese, e quasi sempre le vertenze giudiziarie finiscono in un nulla di fatto con la conseguenza di perdita di posto di lavoro, per dimissioni o licenziamento.
Nel Policlinico a Milano alla Clinica del lavoro “Luigi Devoto” esiste un Centro stress e disadattamento lavorativo. Le “vittime” ci vanno su suggerimento dei loro avvocati e medici di famiglia o da medici del lavoro, psichiatri, psicologi. In tale centro milanese i pazienti cercano di certificare il loro stato, sottoscrivendo una perizia indispensabile per provare a far valere le proprie ragioni davanti a un giudice.
Obiettivo non facile, perché per ora chi li mette in quelle condizioni non può essere perseguito penalmente, dato che il reato non è ancora previsto, né è equiparato a stalking o bullismo. Peraltro i colleghi, che la vittima deve necessariamente chiamare a testimoniare, spesso sono reticenti, perché temono ritorsioni. I dirigenti ai livelli più alti, cui magari le vittime si erano inutilmente rivolte per segnalare la situazione, di solito non intervengono, per trasformarsi addirittura nella controparte.
Purtroppo oggi giungere a una soluzione del problema, per vie legali o sindacali, richiede tempi e costi troppo elevati. Durante l’emergenza sanitaria la possibilità di lavorare da casa ha ridotto lo stress cui sono sottoposte nell’ambiente di lavoro. Sul sito dell’Inail si legge che il settore maggiormente colpito sia quello sanitario (13,4%), seguito dalla grande distribuzione (12,2%), dai servizi (11,2%), dal settore manifatturiero e edilizio (10,4%), dall’amministrazione pubblica (9,1%) e da alberghi, ristorazione, pulizie e mense (8,1%). Manca una legislazione specifica. A livello giudiziario si interviene solo in casi di aggressione fisica o di patologie gravi indotte dal mobbing. Inoltre, in seguito al Jobs Act, non sono perseguibili da parte della magistratura del lavoro situazioni come il demansionamento. Ora è chiaro che serve una legge. Nell’ordinamento dell’Unione Europea c è una risoluzione del Parlamento europeo, la A5-0283, dove si invita a individuare una definizione standardizzata del mobbing che possa finalmente essere riconosciuta a livello comunitario. In Italia abbiamo invece in cantiere la proposta di legge del PD e le altre due del M5S, tuttoggi sotto esame nella Commissione Lavoro.
Si vuol punire chi ricorre ad atteggiamenti vessatori con la reclusione da sei mesi a sei anni e con la multa da 30.000 a 100.000 euro; si prevede pure l’obbligo, per le aziende, della prevenzione e dell’adozione di sanzioni disciplinari.
Ci sono aggravanti del reato, quindi aumenti della pena, se gli atti sono commessi dal superiore gerarchico e se colpiscono donne (in stato di gravidanza o nel corso dei primi anni di vita del figlio), minorenni e disabili. M è solo sulla carta. È indispensabile che una legge passi. Ci sarà anche chi in Parlamento cercherà di ostacolarla avvallando quel clima di terrore.